IL CANTO DI FRONNA D’ALIA: STORIA, AMORE E RITO NEL CARNEVALE DI CASTELSARACENO

IL CANTO DI FRONNA D’ALIA: STORIA, AMORE E RITO NEL CARNEVALE DI CASTELSARACENO

A Castelsaraceno, il Carnevale non è soltanto un momento di festa, ma un tempo carico di simboli, memoria e identità. È il periodo in cui il paese si anima di suoni antichi, strumenti popolari e canti tramandati oralmente di generazione in generazione. Tra questi, Fronna D’Alia occupa un posto speciale: un canto d’amore intenso e drammatico che intreccia sentimento, tradizione e rappresentazione sociale.

La parola Carnevale deriva dal latino carne-levare, cioè “togliere la carne”. Indica il periodo che precede la Quaresima, che nella religione cristiana inizia con il Mercoledì delle Ceneri e dura quaranta giorni, fino alla Pasqua. Un tempo, durante la Quaresima, erano vietati carne e cibi ricchi, si praticava il digiuno e si sospendevano feste e celebrazioni. Per questo i giorni precedenti erano vissuti come un’esplosione di abbondanza, musica e convivialità.

Emblematico era il cosiddetto “funerale di Carnevale”: un pupazzo di fieno, simbolo dell’abbondanza e posto su una botte di vino, veniva portato in giro per il paese e infine bruciato, solitamente in piazza San Rocco. Carnevale ardeva tra le fiamme mentre Quaremma, personificazione della Quaresima, osservava simbolicamente la scena. Con quel rogo si passava dall’eccesso alla sobrietà, dal disordine alla riflessione, dalla festa alla preghiera.

Il rito viene associato anche a tradizioni pagane e agrarie più antiche: bruciare Carnevale significava eliminare simbolicamente l’inverno, chiudere il vecchio anno e favorire fertilità e rinnovamento.

È in questo contesto che si inserisce Fronna D’Alia, un canto che riflette i tempi di allora ma parla ancora al presente. La storia racconta di una giovane promessa in matrimonio contro la propria volontà. Il padre le ordina di “attaccare le trecce”: un gesto carico di significato. Le donne sposate, infatti, non portavano più i capelli sciolti o le trecce in avanti, dovevano legarle dietro la nuca, segno visibile del passaggio alla condizione di donna matura e moglie.

Ma Fronna D’Alia si ribella. Chiede a chi sia destinata e dichiara apertamente il suo amore per Cunduscello. Nel verso “E mentre che Cundumaggio mi voi rà la prima notte lu vogliu gabbà”, Cundumaggio può essere interpretato come impersonificazione di Carnevale: simbolo di abbondanza, festa e disordine, ma anche figura da ingannare, da prendere in giro. La giovane fa un voto a Santa Rita per restare “zita” (illibata) tre notti. Usa l’astuzia, tenta la fuga, vive un conflitto che è insieme personale e collettivo.

Il canto si muove tra dramma e ironia carnevalesca, tra sentimento e rappresentazione simbolica, rispecchiando il rapporto tra “Carnuvaru” e “Quaremma“: due figure contrapposte che incarnano eccesso e misura, vitalità e raccoglimento.

Fronna D’Alia è un frammento di storia locale, una rappresentazione poetica delle tensioni sociali di un tempo, ma anche un racconto universale di amore e libertà.

Attraverso la musica e la parola dialettale, Castelsaraceno continua a custodire una tradizione che unisce passato e presente, festa e riflessione, Carnevale e Quaresima.

Di seguito il testo integrale del canto, custodito dalla tradizione orale di Castelsaraceno:

FRONNA D’ALIA

“Aggiù saputo c’hai na figlia bella ci so venuto si me la voi rà.

Fronna D’Alia attaccati le trezze ca vostro padre vadda marità.

Oi tata tata a chi mi voi ran ca Cunduscello è l’amore mio.

E mentre che Cundumaggio mi voi rà la prima notte lu vogliu gabbà.

Ihu la sera p si i a curcare

Fermat Cundumaggio nun me toccà.

Aggiù fattu u votu a Santa Rita

Ca ciaggia sta tre nott zita.

Si nun voi tre pigliatinn quatto

Ristituisci i votu c’hai fattu.

Mentre ca Condumaggio s’addurmiscia

Fronna D’Alia la scala scinnia.

O Cunduscello aprimi la porta

Ca so scappata da mano a la morte.

Nun m’hai vulutu quannu eri zitella

Mò nun ti voglio ca sì maritata.

Zitella ero e zitella so ancora

Si nun so zita mi trunca la vita.

Oi mamma mamma appiccica u cannelotto

Ca l’aggiu persa la bella stanotte.

Oi mamma mamma appiccica u cannlotto

Ca l’aggiù persa la staccà stanotte.

Oi figliu figliu chi voi vene

Mango na donna accanto t’ sai tnè.

Oi figliu figliu, pgliat st corna

Vai rvigliennu le morte i sonnu.

Aggiù saputu c’hai na figlia bella.

Aggiù saputu c’hai na figlia bella

E so venuto s mi la voi rà

Vengo io povero uaglione,

cu lu mio canto s’adda nnammurà

l’aggiù mannatu lu principe e barone ricchi e mrcant cu cappeddu mmanu.

Io nu vogliu né casa né vigna

Sulu nu lettu pi ci la giocà.

Cupi cupillo sona si voi sunà

Ca so li fest r lu carnuvaru

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